Trolley

Credo di aver preso tutto. Penso proprio di sì.

Ha scritto dei bigliettini sotto le cose, in corsivo, con le faccine.

Sotto alla TV c’era la ricevuta di una mia vecchia

giocata. Come a dire di prenderla per vederci le partite.

Simpatico, alla fine.

Ma io non ce la lascio mia figlia di sei anni senza la TV. Quindi non l’ho presa.

Altre cose sì, il microonde, le giacche piegate sul letto.

I biglietti erano anche sulle stampelle, perché magari le lasciavo lì, e invece potevo prenderle.

Un viaggio solo. 

Guido con la testa chinata sotto il braccio dell’attaccapanni, ma non ci torno.

Va bene così.

Poi l’odore inizia a darmi fastidio. Apro il finestrino, svolto a destra.

Mi fermo, poi riparto. Metto alla prova questa libertà forzata. 

Niente, l’odore è troppo forte.

Fanculo! Dico. Fanculo a te! Alle faccine, e a quella specie di sorriso da serpente mentre mi dici che è tutto normale, che Alice la prenderà come una specie di gioco.

Non sono credente. Non cerco salvezze da uomini che parlano in nome di un Dio che non si fa vedere.

Parcheggio davanti a una chiesa, e sono almeno dieci anni che non ci entro. Mi scappa quasi da ridere.

Apro la porta e scendo.

C’è una signora sul grasso, una di quelle sciarpe cucite all’uncinetto, bianca.

– Posso parlare col parroco?-

– Don Marino è al corso per le cresime. Di che ha bisogno?

– Del parroco, ho un po’ di roba, cioè qualche oggetto, vestito

– Don Marino è al corso…

– Delle cresime, ho capito! Quando finisce?

– Penso tra una mezz’ora

– Lo aspetto qui seduto.

Due minuti e perdo la pazienza.

– Senta, posso dire a lei?

– Mi dica

– Dicevo che ho questa roba. Voi potete prendere cose, tipo per i poveri. Funziona così giusto?

– C’è questo modulo da compilare, mette i suoi dati. Poi quando scende Don Marino le spiega la procedura

– La procedura per lasciare le cose?

– Sì, i volontari arrivano il mercoledì dalle nove e mezzo alle dieci e mezzo

– Oggi è venerdì

– Infatti, Don Marino le spiegherà la procedura

– Vado a scaricare la macchina intanto

– No, signore compili questo modulo e…

– Il cazzo! Non ho tempo di riempire moduli e sentire procedure, ho queste cose che possono servire a qualcuno. Io non le posso tenere. Odorano di una vita che non ho più, lo capisce?

– Io non posso assumermi la responsabilità di…

– Facciamo così. Io scarico la macchina. C’è anche un forno a microonde. È nuovo, magari lo prende lei.

– Devo aspettare che scenda Don Marino, compili il modulo per la donazione.

Mi avvio alla macchina. Tiro via due trolley, poi il forno e l’attaccapanni e lo stereo.

Torno alla sagrestia, carico come un mulo.

– Buongiorno signore, sono Don Marino, la signora Carla mi ha accennato

– Salve Padre, ecco, ho questa roba che devo lasciare

– Ma noi non possiamo prenderla così (sorride) e dove la mettiamo?

– Ok va bene. Glielo chiedo per cortesia. Dentro questo forno ho scaldato il latte per mia figlia, non lo voglio buttare nella spazzatura. Ho bisogno di dargli un senso d’accordo? E non ce la faccio a tenere le cose in macchina perché sanno di loro ok? Di quella cazzo di realtà passata va bene? Mi scusi per il cazzo. Ma voglio farle capire che proprio non la posso tenere.

– Ascolti signore, come si chiama?

– Alberto. Mi chiamo Alberto

– Ecco, Alberto. Lei è un uomo di cuore. E Gesù osserva il suo gesto, deve solo capire che dobbiamo seguire delle regole. Lei ora compila il modulo. Poi mercoledì torna e lascia quello che vuole. Dio solo sa quanto ce n’è bisogno.

Il fatto è che non lo so io come funziona ad essere felici. La ricetta voglio dire. Io mi sentivo felice ma lei…

Una mattina presto ti sveglia, ti dice che basta così. E tu non sei ancora neanche del tutto sveglio, ci pensa da mesi, aggiunge, ha già considerato tutto, ha già parlato con l’avvocato. E tu non riesci ad articolare un pensiero sensato. Urti col gomito il comodino, un bicchiere cade e si frantuma in tante piccole schegge di vetro.

Tua figlia si mette a piangere per lo spavento e lei la prende, come se non fosse niente, ti fa:

– metto su il caffè

E tu sei ancora a letto a toccare gli oggetti perché deve essere un incubo, per forza lo deve essere.

Il prete si è seduto sulla panca di legno vicino a me. Mi sta ad ascoltare. Ha un odore di naftalina.

Dice delle cose. A bassa voce. Ma tanto cosa ne può sapere lui.

Mi lascia il santo modulo da compilare.

Mi alzo e vado alla macchina, lui mi osserva da lontano insieme alla donna grassa.

Apro il cofano. Prendo le cose, una ad una.

Le lascio a terra.

I foglietti con le faccine che volano, uno finisce in un tombino.

Saluto con la mano. Il modulo lo metto in tasca.

Poi riparto.

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