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IL SANTO


Ci fu chi, anni dopo, volle conoscerne la storia, del Santo.
Si trattava di una qualche trasmissione radiofonica locale, mi dissero.
Trattavano casi di omicidi irrisolti e cose del genere.
Al telefono la madre del Santo rispose che sì, poteva andar bene quel pomeriggio. Sì, anche verso le quattro.
Ci sarebbe stato anche il padre, e anche lo zio Secondo. No non il secondo zio! Era soltanto uno ma si chiamava Secondo. Sì, d’accordo, a dopo.
Era un tipo taciturno, lo zio del Santo.
Spesso si intratteneva fuori dalla parrocchia con qualcuno, a parlare.
Nel quartiere si diceva che regalava agli altri i suoi sorrisi, nel senso che quelli che parlavano con lui andavano sempre via sorridendo, mentre lo zio del Santo non lo si era visto sorridere mai.
Li dava agli altri, i sorrisi che spettavano a lui.
Quando la tizia della radio si presentò a casa del Santo, la famiglia era tutta raccolta su un divano grigio.
Passati i convenevoli la tizia della radio iniziò a fare domande. La madre del Santo rispondeva in modo colloquiale, disinvolto.
Suo figlio aveva avuto amici, frequentava regolarmente la chiesa, nessun vizio, nulla di sconveniente.
Il padre del Santo distoglieva lo sguardo ogni volta che la tizia della radio provava a rivolgergli la parola, segno inconfondibile che non aveva nessuna voglia di parlare.
Parlò lo zio. Di fatto soltanto lui lo conosceva davvero, il Santo, persino più di noi che gli siamo stati amici per anni.
Disse: a volte nascono bambini che sono come parabole.
Poi chiuse gli occhi, lo zio del Santo. Rimase in silenzio per qualche secondo, e riprese a parlare.
C’era un sasso. A terra, vicino al fiume.
Lo portavo lì che avrà avuto quattro anni. Gli piaceva il rumore dell’acqua.
Insomma c’era questo sasso, un sasso normale, né piccolo né grande. Allora lui si era abbassato a guardarlo. Lo guardava ma non come si guarda un sasso, lo guardava con amore.
Gli chiesi cosa stava osservando. Mi disse “il Signore”.
“Il Signore? È in quel sasso?”
Fece di sì con la testa, ed aveva quattro anni.
La tizia della radio stava per dire qualcosa ma lo zio del Santo non smise di parlare.
“Il fatto è che lui sapeva. Prima che noi parlassimo lui sapeva. Era la manifestazione vivente degli insegnamenti che tutti noi gli avremmo dato nel corso degli anni.
Era come una gigantesca montagna di compassione imprigionata nelle capacità espressive di un bambino”.
Il padre del Santo interruppe suo fratello.
“Era semplicemente fuori dal mondo. Da questo mondo almeno”.
Lo zio riprese a parlare
“Quando si tolse le scarpe aveva dodici anni, credo”
La madre del Santo appoggiò il mento sul palmo della mano e guardò fisso il cognato.
“Camminava per strada, con lo zaino in spalla e tutto, poi vide un uomo a terra con la mano tesa a chiedere qualche moneta. Allora si tolse le scarpe e gliele mise accanto, così. Poi continuò a camminare scalzo fino alla scuola”.
A quel punto il padre del Santo disse che poteva bastare.
La tizia della radio ci mise un po’ ad alzarsi, guardava il vuoto.
Poi ringraziò tutti e disse che probabilmente non avrebbero trasmesso l’intervista. Che era meglio così.
La madre del Santo la accompagnò alla porta e poi
la richiuse dietro di se.
Dalla finestra del salone entrava un sottile raggio di sole che oltrepassava la stanza fino a toccare appena la credenza.
Dietro la vetrina c’erano tutte le bomboniere che la madre del Santo conservava: comunioni, battesimi, matrimoni.
Appena dietro la bomboniera del matrimonio della sorella c’era una sua foto, del Santo. Era di quelle piccole, con una cornice d’argento spazzolato.
C’era lui che salutava. Senza sorridere. Salutava.

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