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PIANGE

Il bambino nero piange.
La foto ci commuove, ci indigna.
Immaginiamo che pianga per fame, per guerra.
Tuttavia, per alcuni, spesso è una commozione passeggera.
Quello che succede è che di immagini come questa si è abusato. Le abbiamo viste decontestualizzate, inserite in ambienti che ne hanno tolto forza.
Quello che provo a fare con questa immagine è isolarla, per riflettere su quello che rappresenta davvero.
Ed ora mi accorgo che io non lo so.
Non posso comprendere cosa realmente significa guardare negli occhi una vita sbocciata appena e già condannata.
I processi mentali, quello che prova.
Se i bisogni primari riempiono tutta la sfera del desiderio.
Se c’è ancora spazio per i sogni.
Forse ha visto il ritaglio di un giornale. Un calciatore oppure la locandina di un film.
Allora potrebbe aver sognato di essere un grande attore, un giorno.
Nella stessa pagina c’era anche la pubblicità di una fabbrica di divani.
Si è immaginato seduto su un tessuto soffice, con una lampada che scende, di quelle con la luce calda, da sera.
Questo è un bambino, non solo la rappresentazione della sconfitta dell’uomo moderno.
Poteva crescere, andare al college, sposarsi, guidare un’automobile.
Poteva scrivere un libro, salvare la vita ad un ammalato, guardare il cielo con un telescopio e scoprire una stella lontana.
Poteva giocare ai videogame, quelli che vanno tanto di moda.
Non si tratta di sentirsi responsabili per questo. Non credo che al bambino importerebbe.
Si tratta di prenderne atto, vedere le cose per quelle che sono.
E riflettere su come possiamo fare le cose che facciamo ogni giorno avendo la consapevolezza che molti non potranno mai.

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Published inPensieri sparsi

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