Alza il volume

Il divano è di quelli da due posti e mezzo, giusto per stare più comodi.

Luisa sta per tornare, mi ha chiamato dalla macchina.

Mi alzo svogliato e metto due bicchieri sul tavolo, le posate e le salviette di carta.

Il termostato dice: diciannove virgola tre gradi.

Luisa apre con le chiavi ed è tutta bagnata.

“Sta piovendo?”

“Si, che sta piovendo, non lo senti il rumore?”

Mi volto verso la finestra, le tapparelle sono completamente giù.

“No, come lo sento? Sta tutto giù!”

Intanto è andata in bagno a spogliarsi ed asciugarsi.

“Che vediamo in TV stasera?”

“Abbiamo almeno un paio di episodi in arretrato”

“Vero!”

“Certo…”, faccio.

“Certo che?”

“Questa cosa delle serie TV ci sta un po’ sfuggendo di mano”

Luisa torna dal bagno in pigiama e con un asciugamano sulla testa.

“Eh già. Non facciamo in tempo a finirne una che ne esce un’altra”

Mi lascio crollare di nuovo sul divano, adesso la sento la pioggia fuori.

Mangiamo una cosa al volo riscaldata al microonde. Poi ci sistemiamo davanti al televisore.

“Ma che sta facendo fuori?”, mi fa.

Si sente un fragore sordo, come una mandria di bufali che corre.

“Ma sì, il solito Luisa. Lo sai com’è sto tempo”

“Ho capito ma non sento le parole. Alza il volume”

Prendo il telecomando e alzo di due tacche.

“Di più, non ci capisco un cavolo così!”

Altre due tacche.

Mette in pausa.

“Sai che dovremmo fare? Prendere una di quelle casse audio che amplificano il suono”

Mi accorgo che non la sto a sentire, adesso sento solo quel rombo che viene da fuori.

“Hai capito che ho detto?”, rimette in play.

Mi alzo e faccio per alzare la serranda elettrica.

“E adesso che fai? Già non sento così! E poi mi si bagnano i vetri!”

D’istinto mi metto le mani sulle orecchie. Un rumore assordante e bianco.

“Paolo chiudi quella finestra!”

Luisa si alza.

Non fa in tempo a raggiungermi che il televisore fa un lampo e si spegne.

“Porco il demonio!”, fa, “È saltata la corrente. Dove tieni la torcia?”

Niente, non la ascolto. Sto sul ciglio della porta finestra a vedere quei chicchi di grandine grossi come palle da golf, che scendono in picchiata su asfalto, automobili parcheggiate, alberi rinsecchiti.

L’amplificatore audio, che cazzo le viene di pensare all’amplificatore audio.

“Te la ricordi Venezia?”

urlo per sovrastare il rumore, mentre Luisa è di là che cerca la torcia.

Almeno due auto hanno i tetti sfondati dalla furia del temporale.

Affacciata a una finestra, dall’altra parte del cortile, c’è una bambina.

Anche lei guarda la grandine, come me.

A un certo punto incrociamo lo sguardo.

Mi viene da pensare che lei, la bambina, non la vedrà mai Venezia.

“Che serie TV stavano guardando quelli?”, urlo ancora.

“Quelli che lo sapevano, che glielo avevano detto che non c’era più tempo. Che l’acqua si alza se il ghiaccio si scioglie! Eppure non è difficile da capire no?”

La bambina non è più alla finestra.

“Bambina! Bambina! Non è colpa mia! Se non la vedrai mai, Venezia. Se grandina il dodici agosto, se gli alberi le foglie non le fanno più!”

Sento una mano che mi tira per il cappuccio della felpa.

Luisa preme il pulsante con la freccia in giù e la serranda si abbassa.

Ha un bicchierino in mano.

“Le gocce, Paolo”

Bevo d’un sorso e crollo un’altra volta sul divano che scricchiola per il tonfo.

“Scendo a riattaccare il contatore. Sulle scale la luce c’è”.

Faccio di sì con la testa. Accavallo le gambe.

Diciannove gradi esatti, dice il termostato.

Fuori sarà al massimo a dieci.

Roba da non crederci, dieci gradi d’estate.

La TV si riaccende e la serie riprende dall’ultima interruzione.

Sento il suo braccio intorno al collo. Volume a due tacche dal massimo.

Poi la medicina fa effetto.

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