Quella spiaggia

Questo antico legame che hanno le spiagge con l’amore. Come lo ha la roccia con l’acqua. Come l’aria con gli uccelli.Oggi è quel giorno.Uno dei due, di ogni mese.Ci vediamo in quello stesso posto da mesi ormai. In macchina mi lascio quei pochi minuti per pensare a cose che poi svaniranno.Parcheggio, lui è già arrivato.Scendo ed entro nella sua, lui spegne la radio.Ruota il busto e mi sorride, metto la borsa sul sedile dietro.Non passa neanche un minuto e già siamo attaccati. Baciarsi è come avere sete. Si cerca l’acqua nella bocca dell’altro.Continuiamo per minuti, immensi.Le cose intorno svaniscono, svaniamo anche noi.Poi senza dire nulla mi prende per mano.Saliamo in camera, la stessa, dello stesso hotel, che affaccia sulla stessa spiaggia.La maglietta mi si impiglia tra i capelli, quasi ne strappa una ciocca ma il dolore non esiste.Cade un bicchiere dal comodino, la moquette ne attutisce la caduta e lui mi è sopra.Facciamo un amore che è preghiera e blasfemia. Le menti disconnesse, le mani operose.È un onda elettrica, un’esplosione sensoriale. Sfiniti, siamo appoggiati sullo schienale del letto.Lui prende il pacchetto e ne accende una per me. Poi una per se.Ora vorrei dire delle cose ma ho come paura di rompere il cristallo di un silenzio perfetto.Mi dice che questa paura, questa voglia di proteggermi, è dura da sopportare.Tira una boccata lunga dalla sigarettaVorrei che tutto fosse diverso, dice.Vorrei averti nelle cose di tutti i giorni, vederti mentre ti lavi i denti, con le righe del cuscino ancora sul viso, la mattina.Mi metto una mano sugli occhi perché so che sto per piangere, ma tanto il cristallo l’ha già rotto lui.Vorrei, continua, vorrei chiamarti quando esco dall’ufficio, dirti che sto tornando a casa, e tu che mi dici che mi aspetti, cose così.All’improvviso inizio a dire delle cose anche io. Senza volerlo. Così.Dico, facciamolo. Proviamo a portare questa cosa nella vita normale. Prendiamo un cane, cinquanta metri quadri in affitto, compriamo una cucina da Ikea, rossa, e la montiamo e poi ci cuciniamo le crêpes alla nutella e la sera ordiniamo su Just eat.Mi mette un braccio intorno al collo. Respira profondo.Forse, dice. Forse succederà davvero.Resto zitta come una bambina di otto anni. Perché questa cosa la dice ogni volta, due volte al mese, da sei mesi.Sento una mano tra le gambe, e mi è di nuovo sopra, mi è dentro.Tutto torna in quel vortice liquido di acqua bollente.Quando si riveste lo fa di schiena, come se provasse vergogna.Lo tocco appena, mi viene spontaneo, anche se vorrei urlargli contro.Digli, brutto stronzo! La vita passa e non te ne accorgi neppure! Prendila questa cazzo di felicità! In macchina stavolta non ci baciamo. Mi tiene le mani e non parla. Ogni tanto guarda l’orologio.Mi sento una stupida, sono una stupida. Innamorata dell’idea di qualcosa che non avverrà.È un silenzio asfissiante, apro la portiera.Mi fa, ci sentiamo. Prova a sorridere.Ci provo anche io. Faccio di sì con la testa, come quelle marionette che si mettono sui cruscotti delle automobili.Nel viaggio di ritorno piango, urlo, mi maledico, maledico lui e quella cazzo di vita di merda dalla quale mi vuole proteggere e che non so cos’è.Ormai non mi dico più che sarà l’ultima volta.Perché lo so.Che tra dieci giorni sarò di nuovo lì. Su quel sedile anteriore e poi su quel letto, di quella camera, nello stesso hotel.Quello che affaccia sulla stessa spiaggia.

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